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9 ottobre 2006

1,6 miliardi di dollari? YouTube vale molto di più!

L’offerta che Google ha avanzato nei giorni scorsi per rilevare il leader dei video on line, un settore in fortissima crescita, è del tutto ragionevole anzi si rivelerà un affare. Basterebbero i numeri attuali di YouTube (100 milioni di video al giorno e secondo molti   analisti già a break even) e le previsioni di crescita del settore per giustificare una valutazione di quel tipo. Ma nel caso di Google sono molto più interessanti le potenziali sinergie tra il leader dei motori di ricerca e della pubblicità on line che, avendo fallito la strategia di sviluppo interno (Google Video è al sesto posto molto indietro rispetto a YouTube) si troverebbe così a disporre finalmente di un canale di comunicazione con un audience globale dove inserire i propri messaggi pubblicitari, anzi videomessaggi che dalle ultime ricerche sono molto più efficienti dei banner. Se poi si volessero anche attualizzare le potenziali estensioni del business di YouTube - quali lanciare un nuovo network mondiale (come MTV, CNN e Current.tv) o produrre/licenziare i diritti dei video amatoriali ai broadcasters tradizionali (come TheBlogTV in Italia) o ospitare a pagamento canali e programmi di terzi (come Fox in MySpace) – allora l’offerta di Google non ci sembrerebbe azzardata neanche alla luce delle liabilities legali che circondano il business di YouTube (che sono molto meno reali di quanto ce le vogliono far sembrare in quanto le stesse major stanno verificando con mano i benefici che i social networks comportano per il loro business).  Cosa sta succedendo invece in Italia? Purtroppo al di là di casi isolati il bel paese sembra stia ancora a guardare e le esperienze di social network nostrane sono irrilevanti quando vengono inseriti nel panorama globale. La colpa non è davvero da ricercare nella mancanza di creatività e imprenditorialità ma nell’assenza di una struttura creditizia in grado di sostenere lo sviluppo di nuove imprese. YouTube ha ricevuto 12 milioni di dollari dai venture capitals, Bebo 15 milioni, FaceBook 40 milioni e via così. In Italia invece i venture capital sono pochissimi (nell’ordine delle dita di una mano per intenderci) mentre abbondano i fondi specializzati su size medio grandi, a partire da 20 milioni di euro in su. A chi vuole lanciare una start up non rimane che impegnarsi la casa in banca, dove notoriamente non viene neanche letto il business plan, oppure rivolgersi all’estero. Nel frattempo il treno passa veloce e noi rischiamo di rimanere al palo dell’innovazione tecnologica e dei linguaggi creativi.




permalink | inviato da il 9/10/2006 alle 13:39 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (5) | Versione per la stampa


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